Era stata decretata morta e soppiantata dai social network, ma ha compiuto 40 anni e la posta elettronica («email») è ancora tra noi, viva e vegeta. Non riusciamo a fare a meno di consultarla, soprattutto da quando ce l’abbiamo anche sui telefonini, nonostante ci sommerga con la sua spazzatura («spam»). Facebook e Twitter? Si aggiungono ai messaggi email, ma finora non li hanno ridotti, semmai li hanno moltiplicati.

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Nel 1971 non sapevamo ancora nulla di comunicazione digitale, quando fu spedito il primo messaggio. Ma quando, vent’anni dopo, Internet è diventata uno strumento di comunicazione di massa, l’email è stata fin dagli esordi la sua applicazione più diffusa e la più intuitiva da utilizzare. Solo poco più di 10 anni fa ha cominciato a spopolare il sistema della «Webmail», cioè la posta elettronica direttamente sul web, prima versione di «cloud computing»: i messaggi restano sulla nuvola del fornitore (per esempio Gmail di Google), con spazio quasi illimitato, per consultare e gestire la posta da qualsiasi computer.

L’email ha rivoluzionato il modo di comunicare. Tutti hanno capito subito che la chiocciola (@) è ingannevole: in realtà è velocissima e consente di inviare messaggi immediati ed essenziali, con tutto comodo e a costo bassissimo, anche se l’interlocutore è dall’altra parte del globo. È nato un nuovo modo di scrivere, corredato di icone («emoticon») per riassumere uno stato d’animo, come le faccine allegre :-) o tristi :-( e le strizzatine d‘occhi ;-). Scorciatoie per esprimersi, diventate linguaggio a se stante, adottato poi dagli «sms» telefonici.

Si è subito capito che un programma di email contiene una casella per i messaggi ricevuti («inbox»), una per i messaggi inviati («sent mail»), una per i messaggi in attesa di spedizione («outbox») e un cestino della spazzatura («trash»). Ormai tutti sanno che poter mandare i messaggi in copia carbone («cc») per conoscenza, o in copia di nascosto («bcc») è una comodità ma anche un’arma a doppio taglio che può sortire effetti indesiderati.

Ma sono ancora in tanti a non curarsi abbastanza dei rischi per la propria privacy: un messaggio non è cancellato finché anche il cestino non viene svuotato, e comunque nel computer restano sempre tracce di tutti i messaggi. Per cui la regola d’oro è non scrivere mai niente che non si voglia vedere pubblicato, un giorno. E poi c’è il grande inconveniente della posta spazzatura, quei messaggi pubblicitari indesiderati o addirittura le truffe che intasano le caselle (superano il 40 per cento di tutte le email, che si stima siano ben 32 miliardi all’anno) e fanno perdere tempo: sono stati inventati filtri specifici, ma non bastano mai e rischiano di rendere l’email uno strumento impraticabile.

Il segreto è considerare l’indirizzo email alla stregua del numero di cellulare, concedendolo quindi con molta attenzione per evitare intrusioni indesiderate. Altrimenti, nell’era del Web 2.0 c’è chi preferisce scambiare messaggi direttamente sui social network come Twitter, Facebook, o LindedIn. Lì, la spazzatura per ora pare restare al suo posto.

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