La Foxconn, che costruisce i dispositivi di Apple, Amazon, Sony, Dell, annuncia di voler incrementare il numero di automi nelle sue fabbriche. Dai 10 mila di oggi, a 300 mila l’anno per i prossimi tre anni. A rischio un milione e 200 mila posti di lavoro. In quest’azienda, nel 2010, si sono verificati una serie di suicidi.

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Impiegare un milione di robot entro tre anni. Il piano è della Foxconn International Holdings, la più grande multinazionale in fatto di componenti elettronici con un giro d’affari da circa 60 miliardi di dollari. Colosso taiwanese che costruisce in Cina dispositivi come iPhone e iPad della Apple, parti della PlayStation 3 della Sony, del Kindle di Amazon e che ha per clienti buona parte dei giganti dell’elettronica, da Dell a Nintendo, passando per Microsoft, Acer, Nokia, Intel.

I suoi dipendenti, un milione e duecentomila persone concentrate soprattutto nelle tredici fabbriche cinesi, potrebbero quindi perdere il lavoro a breve. Terry Gou, fondatore e amministratore delegato della compagnia, ha appena annunciato di voler aumentare il numero di automi nella sua azienda facendoli passare dalle attuali diecimila unità a circa trecentomila per il prossimo anno. Con l’obbiettivo di raggiungere il milione entro il 2014.

Un piano industriale che non ha precedenti. Basti pensare che il mercato dei robot valeva fino ad oggi 16 miliardi di dollari. Potendo contare, al di là della forma o della funzione, su poco più di un milione di unità attive in tutto il mondo. Concentrati soprattutto in Giappone, Stati Uniti, Corea del Sud, Cina, Germania e Italia, ne sono stati venduti 53 mila nel 2010, dei quali circa 2900 nel nostro Paese. I robot industriali, la maggioranza, vengono impiegati appunto nella fabbricazione di tecnologia di consumo, di automobili e nella farmaceutica. Almeno stando alla International Federation of Robotics, associazione che dal 1987 studia questo settore.

La Foxconn era già finita sotto i riflettori nel 2010 a causa della serie di suicidi avvenuti a gennaio e febbraio fra i suoi dipendenti. Quattordici persone che si son tolte la vita a causa delle dure condizioni di lavoro e delle discriminazioni, presunte, fra impiegati di Taiwan e impiegati cinesi. Lo scandalo aveva portato a una serie di indagini interne, a una difesa d’ufficio di Steve Jobs, capo di Apple, e a un modulo di impegno per non commettere suicidio fatto firmare dalla Foxconn agli operai. All’epoca Terry Gou aveva dichiarato di esser talmente preoccupato per quanto accaduto da non poter più dormire la notte.

L’impiego di un milione di robot dovrebbe risolvere alla base il problema, almeno dal suo punto di vista. Si tratta di una decisione che altre aziende che costruiscono in Cina potrebbero seguire, dando vita a un processo che avrà effetti simili alla deindustrializzazione di Detroit e del Michigan. Fra il 2000 e il 2008, nella cosiddetta Motor City, a causa dello spostamento nei Paesi emergenti della produzione di automobili, si persero 150 mila posti di lavoro. Ultima fase di un lungo declino, ne parlò anche Michael Moore nel suo primo documentario Roger & Me, che ha dimezzato gli abitanti della metropoli americana dai due milioni degli anni Cinquanta ai 713 mila di oggi.

Stavolta però il fenomeno è su scala maggiore e accadrà più velocemente, investendo in particolar modo Shenzhen, città costiera cinese dove sono concentrate molte delle fabbriche della Foxconn.

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