Omessa dichiarazione dei redditi fra il 2008 e il 2013, da parte di Apple. Ecco le accuse infondate che il fisco italiano ha confermato quest’oggi.

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Fonte Corriere.it

Quasi 880 milioni di euro di evasione dell’Imposta sul reddito delle società (Ires) in cinque anni: nel caso di Apple la Procura di Milano gioca la carta del tutto o niente, e spara altissimo nel contestare la supposta dimensione della gigantesca «omessa dichiarazione dei redditi» che il pool economico diretto da Francesco Greco prova ad addebitare all’«operation manager» in Irlanda della Apple Sales International, Michael Thomas O’ Sullivan, al legale rappresentante di Apple Italia, Enzo Biagini, e al direttore finanziario Mauro Cardaio.

Alla fine degli accertamenti avviati con una perquisizione nel 2013, infatti, i pm Carlo Nocerino (appena proposto all’unanimità al Csm come futuro procuratore aggiunto di Brescia) e Adriano Scudieri cambiano l’impostazione dell’indagine, nata quando l’area antifrode dell’Agenzia delle Dogane nel giugno di due anni fa aveva proposto alla Procura l’ipotesi che Apple avesse frodato il Fisco pagando 50 milioni di tasse meno del dovuto nel 2011 attraverso l’esposizione nella dichiarazione dei redditi di un imponibile inferiore di 206 milioni rispetto al reale, e altri 175 milioni di tasse in meno nel 2012 attraverso anche qui la sottovalutazione dell’imponibile per 853 milioni.

Adesso, invece, l’addebito ipotizzato dai pm non soltanto abbraccia un periodo più esteso, tra il 2008 e il 2013, ma soprattutto non integra più il reato appunto di «dichiarazione fraudolenta» (articolo 5 della legge 74/2000), bensì l’articolo 3: ovvero l’«omessa dichiarazione» dei redditi, reato che punisce con la reclusione da uno a tre anni «chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte», quando l’imposta evasa sia superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a una certa soglia, qui ampiamente sfondata secondo le stime di Dogane e Procura.

Come già in altri casi che hanno interessato i giganti della web-economia, tutto dipende da come vengono qualificate le politiche tributarie che le grandi multinazionali del settore perseguono cercando di sfruttare le opportunità consentite loro dalle pieghe delle singole normative fiscali nazionali e ora nel mirino dell’Unione Europea. L’iniziale tipo di contestazione scelto dalla Procura non era facilissimo da portare in giudizio, perché impugnare l’articolo 3 della legge 74/2000 presupponeva che la frode fiscale fosse avvenuta attraverso una «falsa rappresentazione delle scritture contabili obbligatorie» e «mezzi fraudolenti idonei a ostacolare l’accertamento». Ma adesso non sarà una passeggiata nemmeno provare l’esistenza di una «stabile organizzazione occulta» di Apple in Italia, cioè una sede fissa di affari per mezzo della quale l’impresa non residente (in questo caso l’irlandese Apple Sales International) esercita in tutto o in parte la sua attività sul territorio italiano in maniera strumentale, continuativa e non ausiliaria.

Nessuno lunedì nel mondo di Apple ha ritenuto di rilasciare alcun punto di vista, ma è noto che la diramazione italiana nega di intervenire attivamente nella preparazione e conclusione dei contratti di vendita e nella soluzione dei problemi di loro esecuzione, e ribadisce che, in base al contratto stipulato con la Apple Sales International e alla contabilità dichiarata, si occupa invece esclusivamente di ricerca, assistenza e supporto al canale di vendite. Già una volta Apple ebbe contestazioni fiscali, poi risoltesi però con una archiviazione.

AGGIORNAMENTO

La risposta di Apple arrivata dopo la pubblicazione dell’articolo sul Corriere del 24 marzo: «Apple è uno dei più grandi contribuenti al mondo e paghiamo ogni euro di tasse dovute ovunque operiamo. Le autorità fiscali italiane hanno sottoposto a verifiche fiscali le attività italiane di Apple nel 2007, 2008 e 2009 e hanno confermato che eravamo in piena conformità con i requisiti di documentazione e di trasparenza OCSE. Queste nuove accuse contro i nostri dipendenti sono completamente prive di fondamento e siamo fiduciosi che questo procedimento arriverà alla stessa conclusione».

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