Per sbloccare l’iPhone 5c dell’attentatore di San Bernardino, l’FBI non avrebbe sfruttato i servizi di Cellebrite ma le vulnerabilità di iOS.

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Secondo quanto riportato da “The Washington Post“, l’ iPhone 5c dell’attentatore di San Bernardino sarebbe stato sbloccato non con la collaborazione di Cellebrite ma con l’aiuto di hacker professionisti esperti in sicurezza. Decade quindi anche l’ipotesi sull’utilizzo della “scatola magica” IP-Box, dispositivo che promette di sbloccare un iPhone con il codice di sicurezza in poche ore. Secondo le informazioni recenti, l’FBI avrebbe ottenuto aiuto da un gruppo di hacker, denominato “Gray Hat“, che rivendono agli enti governativi le informazioni sulle falle di sistema o creano sistemi di sicurezza per le aziende. Gli hacker avrebbero informato l’FBI riguardo la possibilità di utilizzare una falla in pochissimo tempo, individuata sul dispositivo attraverso la quale è possibile aggirare il codice di sblocco per accedere ai contenuti dell’ iPhone 5c in questo caso, senza richiare di cancellare i dati dopo numerosi tentativi d’accesso errati.

Il sistema è simile a quello che, inizialmente, l’FBI aveva chiesto ad Apple, ovvero la possibilità di sviluppare una versione alternativa di iOS con il codice d’accesso disabilitato. Secondo la fonte quindi non ci sarebbe stato nessun ricorso ai servizi di Cellebrite nonostante l’accordo firmato per 15.000 dollari. James Comey, direttore dell’FBI non si è ancora espresso riguardo la possibilità di condividere questo metodo (che comunque riguarda solo una stretta fascia di telefoni cellulari che non include iPhone 5s e versioni successive) con Apple, la quale non sembra intenzionata a citare in giudizio l’ FBI per ottenere ulteriori informazioni.

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