Nate cinque anni fa per il primo modello dell’iPhone, subito si trasformarono in un potentissimo e trasversale strumento di gioco o di lavoro. Oggi sono diventate il nuovo web, mentre l’anno prossimo si calcola che il mercato registrerà cinquanta miliardi di download. Ecco chi lo alimenta? E come fa?

SONO PASSATI quasi cinque anni. Per la precisione cinquantotto mesi e qualche giorno in cui circa 500 mila apps sono state scaricate più di diciotto miliardi di volte. Ora lo possiamo dire: quel giorno Steve Jobs ha avuto torto. Eppure era probabilmente al massimo della sua forma. Era il 9 gennaio 2007 e al Moscone Center di San Francisco presentava il primo modello di iPhone: il 2g. “Apple reinventa il telefono” era lo slogan. Per come sono andate le cose, non era affatto esagerato. “Ohhhh”, faceva la folla ogni volta che Jobs svelava una nuova funzione. “It’s like magic”, diceva lui. Quel discorso fece epoca. Una frase però la notarono solo gli hacker. Diceva più o meno: le applicazioni dentro l’iPhone ce le mettiamo noi della Apple e basta. Jobs, infatti, non voleva che nessuno potesse sporcare, danneggiare o modificare quell’apparecchio che ai suoi occhi era perfetto così. Niente apps esterne, quindi. Fu un errore strategico clamoroso. Ma fu anche un veto che per sua fortuna durò poco, anzi, nulla: il tempo di far arrivare gli iPhone nelle mani degli hacker di tutto il mondo. E la rivoluzione ebbe inizio.

In Italia il primo a metterci sopra la mani fu iRev, alias Max Uggeri, 45 anni oggi, già noto come “Il Reverendo” dai tempi in cui era minorenne e faceva impazzire la polizia postale con le sue incursioni informatiche; e poi passato dalla parte dei buoni ad occuparsi di sicurezza digitale. iRev smontò l’apparecchio, “perché solo così capisco che roba è”, disse “wow” e in pochi minuti la prima app era già pronta: si chiamava Free Contact, un modo per scambiarsi i contatti delle rubrica con un clic (fece 15 milioni di download ufficiosi…). Ora, va detto che questa stessa cosa capitava contemporaneamente in tutto il mondo: nuove apps nascevano alla velocità della luce. Non si potevano fermare, andavano cavalcate. E così fu. A giugno Jobs aprì uno negozio ufficiale, dove venderle dopo averle vistate e approvate, e la storia è cambiata.

Oggi le app sono il nuovo web. Un indicatore su tutti. “Fino a qualche tempo fa le aziende chiedevano di avere un sito per comunicare con i clienti: ora vogliono un’app” osserva Silvia Vianello, docente di marketing alla Bocconi e conduttrice di un programma tv quotidiano sul tema, Smart&Apps. È più di una moda. Le apps in fondo sono software che servono a fare velocemente e facilmente delle cose: giocare, informarsi, lavorare, comprare, filmare, socializzare insomma più o meno tutto. E visto che funzionano su un telefonino, danno la sensazione inebriante di avere il mondo in tasca. Per questo stanno esplodendo. Secondo la ricerca più aggiornata, nel 2012 il mercato registrerà cinquanta miliardi di download (era a sette miliardi nel 2009). Naturalmente non c’è solo Apple, anzi la leadership del mercato (44 per cento contro 31) è appena passata nelle mani di Google con il sistema operativo Android che è usato da telefonini di moltissime marche; seguono Microsoft, Nokia, Rim e gli altri. Con quei numeri stratosferici, c’è spazio per tutti.

Il lato più interessante della storia delle apps però non è chi le scarica e le utilizza, ma chi le inventa e le realizza. Facendo a volte moltissimi soldi. Il caso limite sono i cugini finlandesi Mikael e Niklas Hed che con il giochino “Angry Birds”, scaricato da 75 milioni di utenti, hanno incassato 50 milioni di euro in un anno investendo… 51 tentativi sbagliati. All’inizio gli sviluppatori di apps erano i webmaster, quelli che facevano i siti. Oggi sono tutti. Per restare all’Italia, c’è il genio del software Gionata Mettifogo che ha lasciato la Microsoft a Seattle per realizzare una app che porta i giornali di mezzo mondo su iPad (Paperlit); e c’è l’esperto d’arte Roberto Carraro che ha realizzato una app immersiva lodata proprio da Jobs all’ultima uscita, “Virtual History Roma”; c’è il maestro elementare Italo Ravenna che ha scritto una app-fiaba con i disegni dei suoi allievi (“La marcia dei folletti”); e ci sono i baby sviluppatori, come Federico Cella e Francesco Puddu che a dodici anni hanno alle spalle una app di successo come “Lucky Battles” che ha permesso loro di creare una software house. “Tutti ormai possono sviluppare una app, basta avere una buona idea”, sostiene Silvia Vianello. Non è solo uno slogan: da sei mesi infatti è stata lanciata una piattaforma per farsi una app in quattro clic per tutti i tipi di telefonino: si chiama “apps-builder”, l’idea è Daniele Pelleri e Luigi Giglio che hanno trovato supporto in due venture capital e oggi contano duemila apps al mese fatte a modo loro.

Tra l’Italia e il resto del mondo non ci sono grandi differenze. Facciamo il caso dell’istruzione. Un anno fa l’università di Stanford ha lanciato un corso per imparare a sviluppare applicazioni: ha avuto così successo che è stato messo gratuitamente sul canale iTunesU, dove è rimasto mesi in cima alla classifica. E lo stesso ha fatto l’università di Pisa: prima un corso per apps tutto esaurito, poi la scalata della classifica di iTunes e infine, da venerdì scorso, persino un master del dipartimento di informatica per lo sviluppo di applicazioni mobile. I corsi non davano crediti accademici, erano semplici test: il master è un’altra storia, è un riconoscimento solenne.

È una rivoluzione, dice nel suo manifesto la community di sviluppatori riunita sotto le insegne di whymca che da anni organizza eventi. Intanto un grande format mondiale sta per sbarcare in Italia: si chiama Bemyapp e il prossimo weekend arriva a Bari con il tutto esaurito. Mentre è appena partito il filone delle applicazioni civiche, ovvero apps socialmente utili realizzate a partire dai dati pubblici (verde, parcheggi, mobilità). Fino al 10 gennaio si può partecipare al contest apps4italy, oltre trentamila euro di montepremi. Lo aveva annunciato il ministro Brunetta lo scorso 18 ottobre: “Ora non solo non c’è più il ministro, ma neppure il ministero”, osserva uno dei promotori Lorenzo Benussi. Le apps invece vanno avanti.

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